Dalla keramidòs greca al ceramile di San Fili - San Fili by Pietro Perri

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Dalla keramidòs greca al ceramile di San Fili

Artigianarto e Commercio
di Pietro Perri
 
Articoli pubblicati su "l'occhio" tra dicembre 1995 e gennaio 1996.
 
 
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E' stato detto e ribadito centinaia di volte i primi dati storicamente provati sull'esistenza di San Fili (in quanto "Terra di Sancti Felicis") risalgono appena all'undicesimo secolo dopo Cristo. E' bello però trovare, in questa pittoresca realtà della periferia cosentina (16 chilometri di distanza non sono poi così tanti), tutta una serie di piccoli frammenti d'usi, costumi e tradizioni che portano la mente degli studiosi ad individuare nelle colonie elleniche le origini di piccole comunità quale quella sanfilese.
 
Passi pure per la "lagana" (tagliatelle), per il torrente Emoli ed il suo "armonioso" nome, oltre ad alcune vie quali "Cuozz'e Juria" (Cozzo di Iorio) che ci riportano ad etimologie prettamente greche: ecco trovarci a scoprire, non senza una punta di celato orgoglio, che anche la divulgazione dell'arte della ceramica (dal greco keramidòs, argilloso) nel bacino del Mediterraneo, è opera di questo avanzato popolo dell'Egeo. Un popolo, quello greco, che fu primo in tutto.
 
Parlare di Greci e parlare di Mediterraneo, significa parlare di Magna Grecia e quindi della Calabria: siamo tra il 700 e il 550 avanti Cristo (ossia 1600 anni prima che venisse scritta quella bellissima locuzione che è la "Terra di Sancti Felicis").
 
Nell'arte della ceramica (intendendo con ciò la lavorazione tramite cottura dell'argilla) rientra anche l'operato "du ceramilaru" (e "u ceramile", guarda caso, conserva quasi intatta la pronuncia della sua originaria parola ellenica).
 
Allora: San Fili fu veramente una colonia greca? ... i più fantasiosi tra noi schiavi della parola e della penna, hanno posto in questa zona persino i resti della leggendaria Pandosia (mitica terra di Pan, dio dei boschi e non solo). Per una volta, comunque, non diamo conclusioni avventate e lasciamo agli storici ed agli archeologi il compito di verificare questa ennesima verità.
 
Fatto sta che l'argilla di San Fili si presenta di ottima qualità con il suo stupendo colore grigio e l'adattabilità alle forme che le si vogliono dare, specie nel campo dei laterizi (mattuni, ceramili e mianzi mattuni): la zona "de Tierriforti" in montagna (dove è ancora possibile ammirare i resti dell'altoforno o "carcara in cui si cuoceva l'argilla lavorata) e quella di Pulizia a valle ne sono l'evidente dimostrazione. Un vero greco se ne sarebbe subito accorto.
 
"U ceramilaru de Tierriforti produrrà laterizi fino al 1935 circa. Un punto strategico quello, in quanto dallo stesso era molto facile poter smerciare parte della produzione anche nei comuni di Falconara Albanese e San Lucido, trasportando la. stessa con degli asini e dei muli, o portandola direttamente le donne sulla testa.
 
Agli inizi degli anni Trenta ci si rese conto che era più economico utilizzare i vagoni merci della stazioncina di San Fili, ed è così che parte in grande stile la zona de "i ceramilari 'e Pulizia".
 
I "ceramilari de Santu Fili" sfornavano, ma solo per uso familiare o per gli amici, anche lanceddre, nappe (ciotole in creta dove si facevano bere le galline), pascarieddri; piacureddre e fischietti per i ragazzi. Gli oggetti di uso domestico (lanceddre, pignate e pignatieddri, gavatuni e gavatunieddri, salaturi e grandi piatti detti "rennitani") venivano infatti realizzati dai ceramisti della vicina Rende.
 
 
La produzione dei ceramili di San Fili.
 
Si era tra la metà di aprile e l'inizio di maggio, quando i "ceramilari 'e Pulizia" aprivano i cancelli alla propria maestranza: nel frattempo, però, le nostre brave donne avevano assicurato da diversi giorni, ormai, le enormi cataste "de fascine 'e frasche" che avrebbero alimentato il fuoco delle carcare.
 
Scavata l'argilla, si spandeva sull'aia per farla asciugare al sole.
 
La stessa durante il giorno veniva ripetutamente rimossa con zappe, pale e rastrelli per favorirne i processi di essiccazione e polverizzazione: si preparava adeguatamente, cioè, a quella fase detta "della spugnatura".
 
Raccolta dall'aia, l'argilla essiccata e polverizzata veniva riposta in apposite vasche e nelle stesse veniva coperta d'acqua, iniziava così, appunto, la "spugnatura" (ossia la si rendeva molle, gommosa e quindi facilmente lavorabile).
 
Nelle vasche veniva pestata a piedi nudi per circa un'ora al fine di amalgamarla il meglio possibile.
 
Tale lavoro era fatto fare ai principianti del mestiere, spesso veri e propri ragazzini.
 
Tolta dalle vasche, la maestranza la metteva nelle forme per ricavarne i famosi "ceramili", i mattoni, i mezzi mattoni (usati come mattonelle, attualmente ricercatissimi... invano) e tutti gli altri prodotti del ceramilaro.
 
Ancora umidi i ceramili ed i mattoni venivano tolti dalle forme e messi ad asciugare al sole per quattro o cinque giorni.
 
Una fase, questa, che meno piaceva a chi lavorava nei "ceramilari" dell'epoca: durante l'asciugamento, infatti, era un grossissimo problema se malauguratamente veniva a piovere. Sarebbero bastate poche gocce d'acqua per rovinare irrimediabilmente il lavoro di una diecina di giorni e di una cinquantina di persone.
 
Non c'era scusa che tenesse: spesso di notte o quando si era intenti a pranzare, si doveva tutti correre sull'aia a raccogliere il prodotto messo ad asciugare e portarlo al riparo nella "caseddra".
 
Tutto il resto poteva benissimo attendere e quindi essere rinviato ad un tempo migliore.
 
A questo punto i ceramili ed i mattoni venivano accatastati all'interno della carcara, sistemandoli in modo tale da sfruttare al meglio lo spazio a disposizione: prima i mattoni, poi, al di sopra, i mezzi mattoni ed infine i ceramili.
 
Complessivamente sette o ottomila pezzi avevano trovato la loro giusta collocazione all'interno della carcara che li avrebbe ospitati per ben tre giorni: il primo giorno, alle undici di sera si accendeva il fuoco che continuava a bruciare senza sosta alcuna fino alla stessa ora del giorno successivo, gli altri due giorni erano necessari a garantire un raffreddamento graduale del prodotto stesso.
 
I ceramili ed i mattoni di San Fili erano pronti per essere collocati sul mercato.
 
In quell'articolo si fa riferimento alle "Carrere" quale luogo in fui fino al 1935 operavano i ceramilari del paese: qualcuno mi ha fatto giustamente notare che non si tratta della zona delle "Carrere" bensì di quella detta "Terriforti".
 
 
La commercializzazione dei ceramili di San Fili.
 
Anche il vate aveva fatto il proprio dovere: sembra che tra la gente che prestava la propria opera all'interno dei "ceramilari 'e Santu Fili", vi fosse qualcuno che si dedicasse alla poesia.
 
Circola voce infatti che ancora oggi sui tetti delle nostre case si possa avere la fortuna d'imbattersi in "canali" e "coperchi" che riportano incavati gli alti versi di questo nostro dimenticato paesano.
 
I ceramili ed i mattoni che erano riusciti a raggiungere l'interno della carcara (ossia quelli che non erano stati rovinati dalla pioggia quando erano posti ad asciugare sull'aia; quelli che erano scampati alla furia barbara di un gruppo di giovani che per fare un vile dispetto ai proprietari si divertivano, inosservati, a rompere i ceramili saltandovi sopra; quelli che non erano caduti dalle mani stanche e provate degli operai dei ceramilari), i ceramili che giunti a giusta cottura nella carcara ne erano usciti dopo ben tre giorni fuori, trionfanti nei colori dell'arcobaleno che sembravano acquarellati da una divinità greca, erano pronti per essere posti sul mercato.
 
A questo punto i ceramili, i mattoni e i mezzi mattoni dovevano essere portati dalla zona del ceramilaro (Pulizia) alle zone di vero e proprio smistamento: per San Fili, Bucita, San Vincenzo si trasportavano nei pressi della Chiesa di Santa Maria degli Angeli dove ad attendere gli addetti a questo lavoro, c'era un carro su cui sarebbe stato caricato il materiale. Il resto doveva essere trasportato, sulla testa delle nostre brave donne, alla locale stazione ferroviaria, la cosiddetta "Piccola", punto d'attesa per il vagone merci. Era questo, il trasporto alla "Piccola", un lavoro che veniva fatto di sera. Ogni donna ne portava ben quindici per ogni viaggio e la stessa veniva remunerata in base al numero di viaggi che avrebbe totalizzato.
 
Un occhio di riguardo si aveva per le fanciulle e le donne che sembravano alquanto deboli, alle stesse si permetteva di portare il medesimo numero di ceramili suddivisi in due viaggi, anche se alla fine, gli stessi venivano sommati e per valere il viaggio avrebbero dovuto comunque assicurare il trasporto di quindici pezzi.
 
La cosa non era semplice, specie se si pensa che ogni ceramile, per essere considerato tale, doveva raggiungere un peso di circa cinque chilogrammi.
 
Situazione peggiore toccava alle donne delle contrade Cucchiano e Profico, membri di quelle famiglie che non potevano permettersi di pagare il proprietario di un carro e bestie da tiro per il trasporto del prezioso materiale.
 
La giornata nei "ceramilari 'e Santu Fili" era stata decisamente lunga: iniziata all'alba, era finita all'imbrunire.
 
Circa sessanta persone, in ogni caso, per quel giorno pur non arricchendosi (cosa impensabile per quei tempi di magra), si erano assicurate un pezzo di pane da mettere sotto i denti. Unica sosta della giornata era quella del pranzo: una intera ora in cui ci si sarebbe anche potuti riposare un pochino... intorno al tavolo, più che di mangiare, c'era odore di festa, di rispetto e di amicizie secolari.
 
Il cibo preferito da quanti lavoravano all'interno dei ceramilari (tra l'altro questo offriva la vita e la ditta) era composto principalmente da insalata di pomodori, patate bollite e cipolle: intorno al grande piatto chiamato "catanzarise" stavano sedute sette o otto persone, ognuna delle quali, quasi facendo a gara col compagno che le era a fianco, si affrettava a mangiare più che poteva.
 
Tutti infilzavano con la forchetta e inzuppavano il pane contemporaneamente nel grande piatto.
 
Un buon bicchiere di vino di produzione locale e qualche minuto di più che meritato riposo all'ombra di un ulivo (magari osservando estasiati lo stupendo e maestoso sorbo che ancora si trova, quasi eterno, nella zona dei "ceramilari 'e Pulizia") completavano l'affresco.
 
Anche per i "ceramilari 'e Santu Fili", come già per i magazzini delle castagne, la lavorazione dei fichi, le carcare per la calce e mille altre forme di artigianato locale, era giunto il fatidico 1960, che chiudeva questo magico capitolo.
 
San Fili non può che essere grata anche alla famiglia dei Gentile, con i loro degni rappresentanti Antonio ed i cugini Salvatore e Giovanni, per averle regalato questa pagina di stupenda ed indimenticabile storia.
San Fili 1958: Antonio Gentile, uno degli ultimi ceramilari di San Fili. Foto pubblicata sul quindicinale "L'Occhio" di domenica 28 gennaio 1996 a corredo di un articolo di Pietro Perri.
San Fili anni Cinquanta (1950 - 1960). U ceramilaru de Pulizia. Foto archivio Francesco (Ciccio) Cirillo.
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