Il mercato delle castagne a San Fili prima del 1960 - San Fili by Pietro Perri

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Il mercato delle castagne a San Fili prima del 1960

Artigianarto e Commercio
Di Pietro Perri.
 
Da "l'occhio" anno II n. 20.
 
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L'avvento del 1960 per San Fili significava chiudere letteralmente con un passato che, nel bene o nel male, rappresentava e rappresenta la sua storia. Qualche numero addietro abbiamo parlato delle "carcare 'e Santu Fili", in questo numero, visto che il mese ci è d'aiuto, abbiamo reputato giusto parlare della raccolta delle castagne a San Fili: una stupenda fonte economica che, purtroppo, grazie al boom economico italiano, oggi, almeno per alcuni aspetti, rischiamo di rimpiangere amaramente.
 
Il periodo della raccolta delle castagne (secondo la tradizione compreso tra la settimana dedicata a nostro Santo Patrono San Francesco di Paola e il giorno di Tutti i Santi) nel nostro paesino era gioia per tutti: dai grandi ai più piccoli, tutti, fermo restando il periodo di magra, si poteva gioire di qualche soldo in più nelle tasche... si arricchiva il corredo delle pulzelle, sulla tavola si poteva sgranocchiare qualcosina ed i giovani potevano persino dar vita a qualche pazzia quale andare a vedere un film al cinema. Ancora oggi, a San Fili, qualche parvenza di Circo, Giostra o autoscontro viene a spillarci qualche quattrino proprio in questo periodo. Per il paese, in quegli irripetibili giorni, venivano improvvisati svariati magazzini per la raccolta delle castagne: di una certa importanza erano quelli di Vincenzo Speziale (leader indiscusso del settore), Raffaele Comandé, Francesco Nigro e Pasquale Granata, Martino Lombardo, Francesco Corrado, Antonio Lio, Raffaele Cesario, Gisberto Napoletano e Enrico Crispini i quali, a fine campagna, arrivavano a contare un immagazzinamento, ciascuno, dai 100 ai 150 quintali del prelibato e ricercato frutto. C'era comunque spazio anche per le piccole ditte (magari legate ad una sola stagione) quali quella di Stano Cirillo e Francesco Assise, Giuseppe Cesario, Antonio Ruffolo e Mario lazzolino: tutto il paese era in fermento, tutti, nessuno escluso, erano impegnati in questa magica attività che li riportava al diretto contatto con la natura circostante.
 
Santa Vennera, i Cozzi, Topa, la Silvia, Uncino, Torre Bruciata, Tanzia e Favale erano considerati veri e propri castagneti in quanto i loro nomi erano legati a poche famiglie proprietarie di grossi appezzamenti (o partite): i Blasi, i Miceli, i Gentile, i Caracciolo (Gesuiti) e i Vercillo (Bucita). Non mancavano comunque i piccoli proprietari. A San Fili confluivano, in ogni caso, anche le castagne raccolte in comuni e zone più o meno vicine: Caldopiano, Gesuiti, Parantoro e lo stesso San Benedetto Ullano. Avevamo una stazione ferroviaria a disposizione e anche questo, all'epoca, significava ricchezza.
 
Si dice che nel piazzale laterale della stazione, un mitico anno si trovassero accumulati qualcosa tipo sette/ottomila quintali di castagne pronte per essere caricate sui vagoni merci del treno.
 
I castagneti davano lavoro in quei giorni ad una infinità di sanfilesi (non dimentichiamo che negli anni cinquanta i residenti sfioravano le cinquemila unità): molti erano gli addetti alla pulitura, alla battitura e ancor di più quelli alla raccolta propriamente detta... maestre in tale arte ancora una volta le nostre donne. Alle donne spettava anche il compito, nei magazzini, di selezionare le castagne di pregio dallo "scarto" (le marce o le piccole castagne che oltrepassavano i fori del crivo). Detto "scarto" non veniva comunque gettato, bensì venduto ai contadini locali che l'utilizzavano per alimentare il proprio bestiame (i maiali ne erano ghiotti, e si dice che la castagna completasse l'opera d'arricchimento della loro carne, cresciuta a furia di crusca, ghiande e "viveruni").
 
Dolente nota è che in quegli anni, in alcune zone, tra padrone e subalterno, s'arrivava persino ad instaurare un contratto di terziadria (e se il subalterno era particolarmente ignorante, gli si dava a credere che ciò significava che tre parti di castagne raccolte spettavano al proprietario e solo una parte al malcapitato giornaliero). Dai magazzini di raccolta, sparsi a macchia d'olio in tutto il paese, le castagne "scelte" (in quanto già passate al setaccio o crivo), venivano portate in una delle tre "cibbie" (enormi vasche di piccola profondità) che si trovavano a San Fili: la "cibbia" di Donn'Oscaru Gentile alla Macchia Posta, quella di Ottorino Perri all'Airella e quella di Antonio Lio dove sorge adesso la locale Scuola Materna.
 
Le cibbie oltre a dare un'ultima "scartata" alle castagne (veri e propri marroni), in quanto quelle di scarso valore o ospitanti degli "indesiderati buongustai" salivano a galla (veramente poche in quanto le nostre donne avevano fatto un buon lavoro), servivano principalmente a sottrarre dalla buccia delle castagne parte dell'acido tannico, di cui è ricca, che ne pregiudica irrimediabilmente la conservazione. La castagna veniva lasciata "a bagno" due o tre giorni, quest'operazione ne garantiva l'ottima qualità (senza l'uso di preparati chimici) per diversi mesi, anche fino ad aprile dell'anno successivo. Tolte dalle cibbie, venivano poi poste sui veri e propri mercati nazionali: Campania, Sicilia e Puglia aspettavano ansiose le castagne di San Fili (da tali regioni, spesso e volentieri, prendevano anche la strada per l'estero).
 
Se da una parte c'era la compravendita, dall'altra troviamo il consumo interno agli abitanti del nostro ridente paesino: ed ecco prendere piede le "ruseddre" e i "vaddrani" (nomi barbaramente sostituiti in questi ultimi anni con gli italiani caldarroste e caldalesse), i "fi1ari" (castagne infilate in uno spago e cotte al forno) fino ad arrivare ai classici e tradizionali "pistiddri".
 
I "pistiddri", di cui da tempo s'è persa ogni traccia a San Fili, erano castagne essiccate sopra le "catrizze" (ripiani ricavati con intrecci di verghe di castagno).Al di sotto delle catrizze (per accelerare la disidratazione del frutto) vi si metteva un braciere, in ogni caso erano mantenute nella stanza dove si accendeva il fuoco. Dai "pistiddri" (macinati regolarmente ai mulini) si ricavava la cosiddetta farina di castagna, con la quale venivano fatte delle gustose (per quei tempi) "pittuliddre": il castagnaccio. Inoltre i "pistiddri", in quei magici anni, la sera venivano messi a bagno per essere poi bolliti a fuoco lento ('nta na tieddra de crita) il giorno successivo: in tale modo si risolveva anche il problema dell'alimentazione dei bambini nei tempi di guerra (per gli omogeneizzati non c'eravamo ancora attrezzati).
 
Era il giorno di Tutti i Santi, quando a San Fili veniva ufficialmente chiusa la campagna annuale delle castagne e si dava libero accesso ai viandanti che volessero raccogliere quel che era sfuggito all'attenta vista dei nostri compaesani: era la terza castagna, quella che Dio ha riservato al pellegrino. Venivano da tutte le parti: dalla marina e dalla città, a schiera, in cerca anche loro di un leggero sollievo alle privazioni del periodo. Agli inizi degli anni sessanta chiuderemo anche questo capitolo: San Fili era destinato ad andare avanti, in cerca di una collocazione che ancora oggi non è riuscito a trovare.
San Fili, 1948. Sul treno da sinistra: R. Zuccarelli, V. Speziale e G. Aiello - Porchettella-, A. Sergi con un sacco di castagne sulle spalle, C. Lio sul carro e V. Comandé di fianco al carro. Foto gentilmente concessa da Marcello Speziale. 
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