La caccia al cinghiale - San Fili by Pietro Perri

Vai ai contenuti

Menu principale:

La caccia al cinghiale

C'era una volta San Fili
di Pietro Perri.
 
*     *     *
 
Premessa d'obbligo dell'autore
 
E' questo uno dei miei primi "lunghi articoli" (non che gli altri fossero poi così corti) e come tale venne pubblicato in tre puntate (la seconda a mo' d'intervista). Tale articolo nasce, in località Macchia Posta di San Fili, al coperto e lontano da occhi indiscreti, nel garage-magazzino-cantina dell'amico Peppino Saggio (Maresciallo dei Vigili Urbani di San Fili) davanti ad un buon bicchiere di vino, a un pezzo di pane quasi raffermo e a degli alici salati... leccornia degli antichi cacciatori sanfilesi.
Personalmente ho sempre rifiutato la caccia in quanto sport pertanto quest'articolo, che andava comunque scritto, o accettato di firmarlo per il solo fatto di salvare una bella pagina della nostra storia popolare.
 
Da "l'occhio" anno II n. 11 del 28 maggio 1995.
Da "l'occhio" anno II n. 12 dell'11 giugno 1995.
Da "l'occhio" anno II n. 19 dell'8 ottobre 1995.
 
*   *   *
 
... erano veramente tempi diversi e per molti aspetti più belli di adesso, quando nelle zone della catena montuosa paolana (nei territori di San Fili, San Lucido, San Vincenzo, Montalto e Falconara) si effettuavano le battute di caccia al cinghiale.
La riunione dei cacciatori di San Fili e dintorni era presso il casotto Anas sotto il valico Crocetta, abitato all'epoca (primi anni sessanta) da Iazzolino Salvatore e famiglia.
Ci si alzava alle due o tre di notte e ci si ritrovava, noi sanfilesi, davanti all'attuale bar Sammarco. Puntuale ad aspettarci il sig. Arcangelo Comandé che col suo "Camion Meridionale Gomma" ci trasportava fino in Crocetta.
Ricordo ancora quel buon odore di caffè e di anice che la signora Iazzolino offriva agli amici del marito venuti a disturbare l'ospitale famiglia.
Il ricordo di quei giorni, porta alla mente immagini di amici che da tempo, purtroppo, ci hanno lasciato: veri maestri di vita, leali e rispettosi.
Oggi la caccia al cinghiale non è più praticata, almeno a San Fili così come una volta: vuoi per problemi finanziari, vuoi perché, appunto, si è perso lo spirito di comunione di una volta. La licenza di caccia, è il caso di dire, costa un occhio e nel contempo non si è avuto il ripopolamento della fauna delle nostre montagne, principalmente per il disinteresse generale delle amministrazioni competenti.
La caccia al cinghiale era un vero e proprio rito: il fine ultimo non era uccidere gli animali... ci bastava stare assieme, in silenzio quando era necessario, a ciambottare e gioire per il resto del tempo. Fedele compagno il nostro cane.
Persino quando la selvaggina scarseggiava ci si autotassava per importarne nuova: si ricorda in tale situazione i compianti amici Francesco Lombardo e Salvatore Aiello.
La caccia di per se' non era cosa semplice: ognuno aveva un compito e l'errore di uno poteva compromettere il lavoro di tutti. S'iniziava con "la passata della notte", ossia rintracciando le orme vere e proprie del cinghiale. Individuate le tracce, l'intelligenza di Simone Marrano (Gambalesta) dava il via agli "stagliaturi", ossia a coloro che circuivano la zona in cui era possibile fosse nascosto il cinghiale.
Mitici capocaccia erano De Lio Geri (Alfredoluisa) per San Fili e Domenico Palermo per Bucita.
I capocaccia studiavano le informazioni riportate dagli "stagliaturi" in base alle ricerche sulle passate dei cinghiali e gli stessi provvedevano ad assegnare ai vari cacciatori la cosiddetta "posta" (punto in cui si sarebbe atteso il passaggio del cinghiale).
Chi occupava la posta non poteva fumare, non poteva parlare e doveva sparare esclusivamente nella direzione che il capocaccia gli aveva assegnato: ciò avrebbe impedito grossi problemi a tutti... così l'esperienza insegnava. Grandi nomi erano, per noi giovani leve, quelli di Giovanni Perri ('nghinghiulinu), Pellegrini Raffaele e Cavaliere Domenico.
 
* * *
Nell'articolo dite che i capocaccia assegnavano la posta, il punto in cui dovevano attendere il passaggio del cinghiale, ai vari cacciatori... onestamente?
Con sommo rammarico debbo dire che anche in quei tempi esisteva qualche piccola discriminazione. Il capocaccia conoscendo la zona dove il cinghiale presumibilmente si era rifugiato, assegnava ai cacciatori a suo giudizio più preparati ed esperti, i punti d'appostamento ritenuti migliori.
 
Pertanto l'inesperto sarebbe rimasto inesperto per tutta la vita, con capocaccia del genere.
Dipende da come il diavolo ci metteva lo zampino: spesso la preda, incurante dell'esperienza e dell'intelligenza del capocaccia, finiva per passare proprio nel luogo in cui l'attendeva pazientemente la doppietta "du franciddraru"... che stranamente non sbagliava un colpo. Guarda caso, poi, uomini di indiscussa professionalità venatoria (ad esempio il compianto Salvatore Oliva neanche il sig. Arcangelo Comandé, il primo 60 anni di storico porto d'armi e 50 il secondo) fino ad oggi non hanno mai ucciso un cinghiale.
 
Di quest'ultima affermazione ve ne assumete tutta la responsabilità.
Di Arcangelo devo tra l'altro dire che si distingue nella "caccia alla penna, in questo campo da vero maestro. Nessuno poi dimentica il suo buon cuore nel mettere a disposizione di tutti gli amici il suo insostituibile furgone.
Mi è normale ricordare questo personaggio assieme all'amico Giovanni Calomeni (detto "Brick"). I due erano possessori di altrettanti valenti cani da caccia, appunto, alla penna (quaglie, beccacce, fagiani ecc.): Fido e Diana.
 
Voi che conoscete in modo impeccabile il territorio montano di San Fili e dei Comuni attigui, potete darmi una buona motivazione per farci un'escursione?
Basta pensare alla varietà della vegetazione, che non è solo il castagno, la quercia, il nocciolo e l'olivo, ma mille altre piante senza escludere il ricchissimo sottobosco: cipolle selvatiche, more, mirtilli, fragole e decine varietà di ottimi funghi mangerecci. Come dimenticare il sapore dei "siddri" o quello delle "guite", senza nulla togliere ai "gaddrinazzi", "lattarachi", "ferruni" e via dicendo. E poi, le nostre sorgenti naturali: tutte oligominerali.
 
Perché era importante la presenza del cacciatore sulle nostre montagne?
Negli anni sessanta la caccia era aperta tutto l'anno (e strano come si trovasse più selvaggina all'epoca che adesso), ed il cacciatore era un vero e proprio guardiano/custode del nostro stupendo verde. Gli incendi, grazie alla sua presenza ed al suo spirito di sacrificio, ad esempio, non erano frequenti come adesso: il cacciatore, il vero cacciatore, prima di tutto rispetta la natura. Comunque di questo e di altro, se mi garantirete un po' di spazio nei prossimi numeri, potremo parlarne ampiamente assieme.
 
* * *
 
Il fedele cane, per il cacciatore, è più che un familiare: persino quando si prepara da mangiare il primo pensiero è rivolto all'animale. Il cane è l'anello di congiunzione, per il cacciatore, tra l'uomo ed il resto della natura.
Non c'è niente di più bello che trascorrere una giornata insieme agli amici ed al proprio cane.
... ma ritorniamo ai bei tempi.
Quando ci si incontrava sui confini montani dei nostri comuni (San Fili, Montalto, San Vincenzo, Falconara Albanese e Paola), il gruppo si dirigeva ad andare incontro agli altri gruppi della zona.
In lontananza si riconoscevano i Caracciolo di San Vincenzo, Francesco Catanzaro e gli Alimena di Montalto e con noi il notaio Marsico, appunto, di San Fili.
Tutte famiglie nobili, quando la nobiltà, di rango e di spirito, ancora significava qualcosa, ognuna delle quali portava seco i cosiddetti "ciucciari" che guidavano le bestie cariche di ogni ben di dio (vino, sopersate, olive ecc.) messo a disposizione dei battitori (servivano per stanare il cinghiale), del seguito e di quanti si fossero imbattuti nella tavolata dell'allegra compagnia.
Anche in questo caso una norma inderogabile: non si toccava neanche una briciola se prima non fosse stato raggiunto l'obiettivo. Obiettivo consistente o nell'uccidere la preda o nel terminare, anche se invano, la battuta di caccia. Mangiare prima significava pregiudicare la giornata (specie se si considera che in compagnia oltre a mangiare si finisce anche per bere). "Aru tijeddrune" non si faceva discriminazione per nessuno, nobile o plebeo che fosse.
Iniziava ad imbrunire, quando ci si accomiatava dalla natura. Il cinghiale, secondo l'usanza degli antichi cacciatori, veniva spartito nel comune nella cui zona in cui era stato ucciso. Prima della spartizione era comunque d'obbligo la sfilata per le strade dei paesi interessati alla battuta di caccia: anche per i paesani sembrava fosse gioia generale.
Tornati al paese della divisione, il capocaccia della squadra vincente indicava il locale di ritrovo e quindi iniziava la spartizione tra le varie squadre.
"E' scritto e tramandato dagli anziani che al fortunato cacciatore che aveva abbattuto il cinghiale, spetta la testa", una norma scritta sicuramente da qualche furbo che non beccava mai il cinghiale... ma che era cosciente che nella testa, se si esclude l'apparenza, di carne ce n'è veramente poca e di conseguenza, verso le ultime storiche battute di caccia, si preferì farla tagliare in tanti pezzettini quanti erano i cacciatori presenti.
Per quanto riguarda San Fili, nel Centro Storico, tra via Destre e via Chiesa Madre, vi era un ritrovo per noi cacciatori gestito da Raffaele Comandé (persona stimata e di rispetto). Eravamo alla meta degli anni sessanta, quando, ognuno di noi, portava in quel locale la sua quota di spezzatino del cinghiale che, cucinata, veniva mangiata in spensierata compagnia.
All'ultimo boccale di vino, all'ultimo leggendario ricordo rinverdito con l'amico, all'ultima... boccaccesca trovata... ci si rendeva conto che ormai era l'alba e che la famiglia, giustamente, ci aspettava ansiosa.
Un altro giorno si presentava ai nostri occhi, un altro cielo, decisamente meno scarno del precedente, un altro appuntamento per il prossimo fine settimana da lanciare alla compagnia per un'altra caccia al cinghiale.
Sopra: Pietro Mazzulla (a sinistra) e Roberto Fieramosca a fine di una "vittoriosa" battuta di caccia nel 2007.
A sinistra: storica foto degli anni settanta (1970-1980). Seduto accanto al cinghiale l'amico Giuseppe (Peppino) Saggio.
Giuseppe Saggio, coautore dell'articolo sulla caccia al cinghiale, è stato per diverso tempo Comandante del Corpo di Polizia Municipale di San Fili.
I Sanfilesi sono stati sempre legati agli sport della caccia e della pesca. Non poteva essere dopotutto differente, considerato la natura circostante l'abitato di San Fili.
I nomi citati nell'articolo riecheggeranno ancora per tantissimi anni nella memoria dei Sanfilesi tutti.
Torna ai contenuti | Torna al menu