Nive, suriciare e catreje - San Fili by Pietro Perri

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Nive, suriciare e catreje

Cultura semidialettale
di Pietro Perri e Roberto Fieramosca.
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... ed anche quest'anno, ormai avevamo quasi perso ogni speranza, San Fili ha avuto la sua bella neve. Certo non era molta (ancora ricordiamo i sessanta centimetri del 1991) ma per i sanfilesi è stata comunque festa: una stupenda festa regalataci dall'amorevole mano di Madre Natura.
E' bello San Fili sotto la neve: è bello con i suoi tetti bianchi dai comignoli fumanti, con le sue campagne bianche, le chiome degli alberi bianche... è bello tutto bianco com'è. E' bello per i bambini che non devono andare a scuola e forse è bello anche per gli adulti che, seppur forzatamente, devono prendersi un giorno di riposo.
E' bello perché, seppur camminando goffamente, saliamo e scendiamo più volte, debitamente imbacuccati, il corso principale (dopotutto anche l'unico) del paese... corso XX Settembre. E' bello, per Bucita, salire e scendere per corso Miniaci. E' bello perché devi stare sempre vigile, devi guardarti a destra e a sinistra, davanti e dietro a parare o evitare qualche brutta pallonata di neve in agguato.
Con la neve anche gli adulti a San Fili tornano ad essere per un po' bambini ed anche gli adulti può capitare di vederli con un pallone di neve in mano... un pallone di neve che può colpirti da un momento all'altro.
Cara dolce candida neve: anche quest'anno, come succede da anni ormai, non mi sono fatto trovare impreparato al tuo arrivo; anche quest'anno ho fatto in modo che nella mia credenza non mancasse la bottiglia di nero miele di fichi, uno strano, dolce e stupendo liquido che farebbe gola agli dei.
Che strano: un nero elemento che si combina magistralmente con il bianco candore dei fiocchi di neve. Che bella "a scirubetta"... che buona. Altro che i gelati dei giorni nostri, confezionati o artigianali che siano: nessun alchimistico intruglio potrà mai eguagliare la bontà di quest'abbinamento naturale.
Che bello ripensare ai tempi d'una volta: a quei tempi che non ritorneranno più (e per alcuni versi c'è anche d'augurarcelo). Che bello pensare a quando l'arrivo della neve avrebbe significato poter assaporare uno stupendo piatto di passeri fritti con patate (magari in quella "frissura" nera di fiamma)... in quel periodo che comunque non mancavano sulla tavola dei sanfilesi pane miglinu, ficu 'nfurnate, pane nivuru (fatto anche con farina di castagna), alive ammaccate, nuci, pistiddri, e quanto di buono c'è rimasto del maiale.
Che bello preparare le trappole pe' passeri e frangiddri: e suriciare, e trappule cu ru ceramile e puru 'e catreje (particolari trappole per uccelli realizzate con una verga di castagno piegata ad arco su cui veniva realizzata una raggiera con piccole liste di canna. Completava il tutto uno spago debitamente collegato, l'ingranaggio vero e proprio, un'esca... e il gioco era fatto).
Che bello notare che la trappola aveva funzionato benissimo e che bastava alzare il coperchio della trappola per prendere l'incauto animale: che brutto alzare la trappola e notare che l'animale non c'era (ci aveva fatto fessi) o nel momento in cui alzavamo la trappola vederlo sfuggirci di mano e volare impaurito lontano nel cielo, ma subito felice d'averla fatta franca almeno per questa volta.
Che brutto pensare che in effetti di quei passeri e frangiddri ben poco restava di sapore sotto i nostri denti, tanto erano piccoli ed inconsistenti. Ma era comunque un piacere, sotto la neve, riuscire a cacciarli con tanta astuzia, lontano dagli spari di quegli infernali mezzi di morte e sterminio, esclusivo appannaggio degli adulti, chiamati schiuppette o fucili.
Che bello le case d'una volta (con otto persone in una sola stanza che fungeva da cucina, sala da pranzo e sovente anche stanza da letto) quando ancora non c'era la televisione, quando fuori era tutto bianco e la famiglia era tutta intorno al focolare... e l'anziano della famiglia raccontava, sicuro di far cosa utile e simpatica, ai presenti l'esperienza di una vita o quei fatticini che i suoi vecchi gli avevano raccontato cinquant'anni prima.
 
Dal quindicinale "l'occhio" del 21.02.1999. 
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