Proverbi calabresi sanfilesi - San Fili by Pietro Perri

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Proverbi calabresi sanfilesi

Dialetto calabrese sanfilese
Amaru chine nunn’ammazza puorcu c’are travi sue nun ‘mpica sazizze.
Nelle case in cui non si ammazza il maiale dalle travi non pendono salsicce... e pensare che tanti sono convintiche nella vita basta la salute.
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Appiccicare ‘a vièrtula a nu malu ‘ncinu.
(modo di dire)
Questo è… un saggio modo di dire. Cosa cambia? … decisamente poco, o forse nulla: in entrambi i casi abbiamo un consiglio utile al nostro sopravvivere quotidiano.
Evita (sottinteso) di “appiccicare ‘a vièrtula a nu malu ‘ncinu”, ovvero non appendere la bisaccia ad un cattivo uncino, poiché, rompendosi l’uncino (o staccandosi dal muro o semplicemente non reggendo il peso), la bisaccia finirebbe per terra con tutte le conseguenze del caso.
Tale modo di dire è sinonimo ad esempio di “fare un cattivo affare; aver fiducia in chi non lo merita; concedere un prestito a persona insolvente; affidare un lavoro ad un incapace…”.
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A strada longa rumpe u carru.
La corda, a furia di tirarla, prima o poi si spezza… anche se qualcuno ha avuto l’accortezza di bagnarla. Bagnare la corda infatti serve solo a posticipare di un po’ la sorte cui la stessa è destinata.
Questo concetto ce lo ribadisce anche il proverbio che proponiamo questo mese: “a strada longa rumpe u carru”. Ovvero se non si trovano in tempo giuste soluzioni, anche per l’economia di un popolo, prima o poi le conseguenze non possono che essere disastrose anche per chi pensava che il problema non fosse suo.
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Ccu’ l’arte de l’autri tutti su mastri.
Con l’arte (o “sull’arte”) degli altri tutti sono maestri. Un modo come un altro per dire che sono ben pochi quelli che si fanno gli affari propri intervenendo non a sproposito su argomenti di cui non conoscono il benché minimo contenuto.
Sarà un bene? … non sempre, anche perché la propria incompetenza in materia viene subito a galla facendo fare una brutta figura a chi apre non raramente la bocca a vanvera.
Ccu’ l’arte de l’autri tutti su mastri
… non ci credete? … provate a registrare qualcuno dei vostri interventi quando, in piazza, dibattete del più e del meno con un vostro compaesano. Tornando a casa e riascoltando quanto avete detto in quell’occasione vi meraviglierete della vostra… maestria.
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Ccu ri gaddri o senza gaddri Dio fa juornu.
Sembra un monito a chi, sentendosi più importanti ed indispensabili di quanto in effetti siano, s’illudono di poter eternamente imporre le proprie regole e la propria presenza. Un po’ come potrebbe fare quel gallo che, consapevole della sua “utile presenza” in un pollaio di campagna, quasi quasi arriva ad illudersi che Dio senza di lui non possa dare inizio al nuovo giorno.
Proviamo tale allegoria a portarla in ambito elettorale a San Fili (dove di “gaddri” sembra ultimamente ne circolino più di quanti il paese ne abbia bisogno)… e ridiamo di quanti si sentiranno importanti, galli, per un giorno e saranno costretti a fare le pecore per  i successivi cinque anni.
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Ccu ru patre e ccu ru patrune sempre tuortu e mai ragiune.
Forse, o almeno solo nella prima parte il proverbio che propongo in quest’occasione appartiene ad un tempo che ci siamo lasciati da qualche decennio alle spalle: il tempo del rispetto nei confronti dei genitori.
Si può dire, in un periodo di crisi economica e sociale come quella che stiamo vivendo, che ciò valga anche per la seconda parte?
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Chi parra d’arrìeti, arrìeti è tenutu.
Chi parla di un assente (alle spalle) secondo i nostri avi... non merita di alcuna stima.
Sarebbe bello che questa massima ce la ricordassimo in tanti, specie nei periodi pre e post elettorali, a San Fili, discorrendo del più e del meno lungo corso XX Settembre ed a piazza San Giovanni, discorrendo del più e del meno con i nostri abituali compagni di passeggiata.
Ci guadagnerebbe tantissimo il nostro spirito e sicuramente se ne avvantaggerebbe la pacifica e fraterna convivenza tra concittadini.
Ai disonesti il loro giusto posto: a volte è bello illudersi che le cose possano cambiare… in meglio.
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Chi va derittu campa affrittu.
Guardandoci intorno e studiando la storia, viene normale chiederci: essere onesti, conviene?
Il proverbio sembra proprio consigliarci il contrario: “chi va derittu campa affrittu” ossia “chi è onesto, chi segue le regole alla lettera (o almeno ci prova), finisce sovente in miseria”, o quanto meno campa male.
Viviamo, di fatti, in un tempo dove la disonestà (intellettuale, economica ecc.) sembra farla da padrone.
Eppure, viene naturale chiedersi: ma i tempi di una volta, erano così diversi dai tempi di oggi? … è proprio vero che una volta la gente era più onesta? … più rispettosa? … più altruista?
Sull’onestà della gente nei decenni (se non nei secoli) passati chi scrive ha sempre nutrito forti dubbi. L’uomo, dopotutto, è pur sempre l’uomo: “homo homini lupus”, dicevano dopotutto i latini, “l’uomo è lupo di se stesso”… e sotto il sole, inutile ribadirlo, non c’è niente di nuovo.
Ad indicare il fatto che l’uomo è potenzialmente un disonesto, si ci mette di mezzo anche il proverbio “l’occasione rende l’uomo ladro”. Un po’ come dire: se c’é qualcuno che non ha rubato ancora qualcosa (e non è detto comunque che sia un qualcosa di materiale), è solo perché quel qualcuno  non ha ancora avuto, nella sua vita, l’occasione o quanto meno l’occasione giusta.
I calabresi, nella loro atavica saggezza popolare, tale concetto sembrano esprimerlo, in modo decisamente duro (così come è il loro solito), con il proverbio “chi va derittu campa affrittu”. Chi, in poche parole, rispetta le regole e vorrebbe che anche gli altri le rispettassero, se non finisce in miseria sicuramente vivrà male.
Ovviamente se si accettassero come vangelo frasi di questo genere, per il genere umano ci sarebbe ben poco da sperare, da … stare allegri. E ciò non solo per gli onesti, ma anche e soprattutto per i disonesti.
Se i disonesti riescono regolarmente, o quasi regolarmente, a farla franca, infatti, e solo perché  vi sono degli onesti che pur vedendo, pur sapendo … scelgono, per i più disparati motivi, di non reagire alle provocazione dei disonesti.
Gli onesti, poi, stranamente in questo mondo di paradossi hanno sempre qualcosa da perdere.
Dopotutto, diciamo la verità, quanti di noi possono dire di essere veramente onesti? … quanti di noi possono dire ad alta voce di non aver mai rubato, o di non aver mai pensato di rubare, dal barattolo della marmellata?
Quanti di noi sono legittimati a fare i moralisti su questa terra?
Decisamente pochi, per non dire nessuno. Ma ciò non toglie che se l’Umanità può ancora calpestare, dopo millenni di malefatte, il suolo terrestre, è solo perché ci sono alcuni individui che ancora non hanno avuto la loro buona occasione … per diventare anche loro dei provetti ladri.
… e speriamo che di tali soggetti ve ne siano anche per gli anni (millenni?) a venire.
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Chine ccu guagliuni si ‘mmisca (variante: si curca), ccu pulici si leva.
Un proverbio è tale in quanto lo stesso, pur essendo frutto della saggezza popolare, è raffrontabile non solo al passato ma anche alla realtà dei giorni in cui lo stesso viene portato ad esempio.
Chine ccu guagliuni si ‘mbisca, ccu pulici si leva” ovvero “chi ha a che fare con i ragazzi (con soggetti limitati mentalmente e culturalmente) prende le pulci (cioè non combina niente di buono)".
Sembra un po’ il succo del dramma che ha investito l’intero campo amministrativo calabrese (regione, comuni capoluogo e piccoli comuni… incluso San Fili). “A palla”, ormai da decenni a questa parte, “è finita mmanu o ari guagliuni o a granni ‘mbiscati ccu guagliuni”. Diversamente tante cose non sarebbero spiegabili.
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Chine ‘ntruappica ‘ntru bene e nun su piglia… nun trovacunfessure chi l’assorve.
Il proverbio è un libero riadattamento di altri proverbi relativi al tema della fortuna che va colta al volo quando capita perché potrebbe non darci una seconda occasione: “Chi inciampa nel bene e non se lo prende… non troverà confessore disposto ad assolverlo”.
Oltretutto per il fatto (vero e proprio reato per gli uomini e peccato per il divino) di aver dato un calcio alla fortuna… non troveremo sicuramente, come dice il proverbio, confessore disposto ad assolverci.
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Chine paga avanti eni malu servutu.
Qualcuno provi pure ad affermare, con convinzione e prova di fatti, il contrario di questo detto: “chine paga avanti eni malu servutu”.
Se può fare ciò due sono le cose: o è un buon venditore (e quindi deve tirare l’acqua al suo non sempre limpido mulino) oppure… deve ancora venire al mondo.
Purtroppo, specie quando si ha a che fare con liberi professionisti e/o gente restia a rilasciare ricevute fiscali nove volte su dieci o il lavoro viene fatto male o la merce che ci viene venduta puzza d’imbroglio.
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Chine si veste ccu ra roba de l’autri priestu si spoglia.
Ormai è risaputo: la saggezza di chi ci ha preceduto è, nella sua semplicità (e forse proprio per la sua semplicità), giusta ed eterna.
Sembra che i nostri avi, quasi avessero ciascuno vissuto mille e più anni, fossero giunti ad un punto tale in cui finalmente si potesse dire (e qualcuno l’ha persino detto e scritto) “non illudetevi, non pensate di essere gli unici... niente di nuovo sotto il sole”.
Anche se oggi il proverbio che proponiamo in quest’occasione viene messo alquanto in dubbio anche e soprattutto dai nostri governanti, da parte nostra non possiamo fare a meno di dire… chine si veste ccu ra roba de l’autri priestu si spoglia.
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Ddruve cacci e ‘un minti u vacante ci resta.
Il proverbio è dedicato agli attuali (ma anche ai passati) governanti italiani: dove prendi e non metti prima o poi non resterà che il vuoto.
Si può anche aumentare le tasse e tagliare la spesa pubblica ma prima o poi non solo non resterà nulla nelle tasche dei cittadini ma non ci sarà neanche più nulla da tagliare nella spesa pubblica che ormai sarà giunta al suo lumicino.
La soluzione? ... aumentare la capacità di esborso fiscale degli italiani, creando nuova occupazione e nuove fonti di reddito.
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Eni miegliu nu ciucciu ca ti porta e ‘nno nu cavaddru ca ti jetta.
Breve interpretazione che comunque non vuole essere offensiva per i veri amici: a volte sono migliori (e sicuramente più utili) alcuni amici meno appariscenti ma comunque presenti nel momento del bisogno di alcuni amici buoni solo a presentarsi quando c’è possibilità di spartirsi gli onori, il piatto e magari le cariche istituzionali.
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Errure de miedicu vuluntà de Diu.
Diciamo la verità: i nostri anziani in merito  alla professione medica avevano le idee decisamente chiare.
A dimostrazione dell’esattezza di tale affermazione c’è tutta una serie di proverbi e modi di dire coniati, nel corso dei millenni, da quanti ci hanno preceduto nella nostra amata/odiata  terra di Calabria.
Qualche esempio? …, sicuramente il proverbio che proponiamo questo mese: “errure de miedicu vuluntà de Diu”.
Se il medico sbaglia, ed in Calabria, specie negli ospedali della nostra Regione, in questi ultimi anni medici che hanno sbagliato ce ne sono stai a iosa, la colpa non può che essere addebitata al fato (al destino) o a Dio in persona. Dopotutto “quannu è arrivata l’ura a morte trova a strada”… e magari in qualche occasione la strada indossa un camice bianco e si ferma in una corsia d’ospedale.
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Fimmina a diciott’anni o la mariti o la scanni.
Lo dicevano, forse anche credendoci, i nostri nonni: “fimmina a diciott’anni o la mariti o la scanni”. La donna all’epoca non era un investimento bensì una rovina.
Era quella una società patriarcale convinta della superiorità del maschio sulla donna. Chissà cosa avrebbero pensato oggi i nostri nonni delle coppie di fatto e dei matrimoni gay.
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Forza e curaggiu ca dopu Aprile vene Maggiu.
Il tempo, lo sappiamo tutti, comunque passa e dopo un brutto periodo, così come per le condizioni climatiche avverse, non può che venire un buon periodo.
Spesso, poi, il buon periodo è più vicino di quello che si crede. Magari, per bussare alla nostra porta, non supererà l’arco del mese.
Forza e coraggio”, dicevano i nostri padri, “che dopo Aprile viene Maggio” e con maggio possiamo considerare definitivamente archiviata la brutta stagione.
Sarà vero? … qualche dubbio persiste.
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Gente de marina futta e camina.
Un proverbio costruito ad hoc dalla gente della montagna (o quantomeno della collina) che trova sicuramente ragione d’essere nel “lassismo” (punti di vista, s’intende), inteso come libertà di costumi ed apertura mentale, tipico della gente della marina.
Un “lassismo” dovuto sicuramente alla facilità d’interscambio di vedute cui erano soggetti protagonisti, in altri tempi, gli abitanti delle coste sempre a contatto con nuove culture e modi di pensare. Una situazione sicuramente decaduta nel momento in cui l’uomo moderno tali interscambi li attua non più tramite navi e porti, ma tramite altri mezzi quali l’etere, internet e via dicendo.
La gente della marina, nella credenza popolare dei chiusi (protettivi - tradizionalisti) “montanari”, non aveva regole e come tale era, nel possibile, da evitare.
Le stesse bibliche città di Sodoma e Gomorra, dopotutto, erano città di mare?
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Giustizia e onestà amaru chine ne circa.
Giustizia e onestà amaro chi ne cerca. Una affermazione, questa, che sicuramente non viene smentita né dalle cronache dei nostri giorni né dalle esperienze accumulate.
Il mondo in cui viviamo, ultimamente con sempre maggiore affanno, continua a negarci, senza più ritegno, una seppur minima parvenza di giustizia legale e sociale. Tutto è messo in discussione, anche le certezze. E quando le certezze vengono poste in discussione… a farla da padrone sono senza ombra di dubbio i disonesti o i presunti tali.
Già, perché più passa il tempo e più il disonesto (chi ha rubato o chi ha coperto il ladro, chi ha ucciso o chi ha coperto l’assassino, chi ha ricattato o chi ha coperto il ricattatore e via dicendo) si trova (in una società “buonista” come la nostra) dall’altra parte della barricata. Magari difensore di quegli stessi principi dallo stesso in precedenza regolarmente calpestati.
Anche in un tale tipo di società, ovviamente, ci sarà sempre e comunque qualcuno delegato a pagare per tutti: l’onesto, ossia colui che rispetta le regole (tranne che il nostro antieroe non si decida a scavalcare il reticolato… ma per fare ciò, ci vuole tantissimo coraggio).
“Giustizia e onestà amaru chine ne circa”, non ci credete? … non ci credevamo neanche noi.
In un’altra versione del proverbio di questo mese la parola “onestà” viene sostituita dalla parola “sanità” (ossia “salute”).
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L’abbuttu nun cride aru dijunu.
L’abbuttu, ovvero chi vive nell’abbondanza, nel superfluo, non crederà mai a chi vive in povertà ed in costanti ristrettezze. Fuori dalla propria porta, infatti, per alcuni soggetti (in particolare per alcuni parlamentari - pseudo politici - italiani) tutto il mondo è uguale a quanto hanno all’interno della propria abitazione.
Uno dei nostri attuali parlamentari prima di lasciare il suo alto incarico non ha potuto fare a meno di dire che la crisi in Italia non è per niente percepita dagli italiani… basta guardare la fila che gli stessi fanno davanti alle porte dei ristoranti.
Punti di vista, ovviamente, che dopotutto nulla dicono di nuovo a chi conosce la realtà anche delle piccole realtà urbane come San Fili dove in altri tempi e per alcuni preti ottocenteschi locali… tuttu u munnu era frittule (ma di questi stupendi personaggi parleremo in qualche altra occasione).
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L’amicu de u buonu tiempu si muta cu ru vientu.
Se c’è una cosa per cui è sempre bene non mettere mai la mano sul fuoco, questa sicuramente è l’amicizia.
Non c’è niente di meglio d’aver un amico o un’amica a disposizione ma così come è facile avere tantissimi amici in tempi buoni, degli stessi ne resteranno ben pochi quando la sorte ci sarà avversa.
E’ difficile, comunque, riconoscere i veri amici (o il vero amico… visto che nella vita di veri amici ne incontreremo ben pochi). Ma è brutto riconoscerli tali quando li abbiamo ormai perduti.
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L’ultimu buttune da vrachetta.
(modo di dire)
Parlando con alcuni conoscenti mi è venuto spontaneo dire, in riferimento ad un amico che sta passando un brutto momento della sua vita “… e pensare ch’è l’ultimu buttune da vrachetta!”.
Una signora (cosentina doc?) presente alla discussione rivolta agli altri ci ha chiesto cosa significasse tale frase. Un comune amico le ha detto che la stessa poteva tradursi con l’affermazione “… l’ultima ruota del carro!”, ovvero cosa del tutto insignificante ed inutile (se non di semplice supporto e/o completamento) all’intero ingranaggio.
Diciamo a priori che tale modo di dire può avere sia un significato positivo (di compassione dove per compassione intendiamo il “condividere un dolore o una sventura”) che un significato negativo e pertanto offensivo (“soggetto o cosa che di per se non vale un bel niente, un poveraccio”).
In effetti i nostri “vecchi” nel XX secolo con la parola “vraca” o “vrachetta” indicavano dei larghi pantaloni dove i bottoni erano gli antesignani delle moderne (?) cerniere o chiusure a lampo.
Nel XIX secolo veniva indicato, con il termine “vrachetta”, ci dice Luigi Accattatis (nel suo Vocabolario del Dialetto Calabrese), “un pezzo di panno tagliato a guisa di sportello, che chiudeva lo sparato dei calzoni e si fermava con tre bottoni alla cintola”.
Anche nel caso del termine “vraca” (e quindi del suo derivato “vrachetta”), parola che sta ormai scomparendo dal nostro dialogare quotidiano, siamo di fronte ad uno stupendo termine ereditato dalle antiche dominazioni subite dalla Calabria.
Bràcae” e successivamente “bràgae” (latino) i Romani (che a quest’indumento preferivano la più “civile” toga) chiamavano una specie di pantaloni stretti e variopinti in uso presso le nazioni orientali, ed altri pantaloni larghi e comodi usati dai popoli nordici ed in particolare dai Germani.
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Miegliu crisci ‘nu puorcu e no ‘nu figliu, c’armenu quannu l’ammazzi ti ‘nne unti u mussu.
Altri tempi, tempi in cui ancora si aveva la possibilità di crescere il maiale “’ntru catoju”, ossia al pian terreno dell’abitazione. Tempi neanche tanto lontani, se si pensa che i maiali sono stati allontanati dal centro abitato agli inizi degli anni settanta.
Il proverbio ovviamente è riferito al figlio ingrato… Quando lo stesso non poteva ancora denunciarti a Telefono Azzurro.
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Miegliu morire e lassare ca campare e disiare.
Punti di vista, ovviamente, sul proverbio di questo mese che meriterebbe un bel punto interrogativo alla fine.
Si sa, comunque, che l’invidia è uno tra i peggiori mali che possa colpire un essere vivente. E se uno deve struggersi per una intera vita desiderando la roba d’altri… sicuramente non si potrà dire alla fine che sia campato poi tanto bene.
La cosa ottimale sarebbe avere in vita qualcosina in più di ciò che ci sia umanamente e legittimamente possibile desiderare… facendo in modo di non lasciare niente o soltanto le briciole a chi verrà a calcolare il nostro patrimonio (preoccupandosi solo di questo) alla nostra dipartita.
Oltretutto se qualcuno di noi ha ricchezze da lasciare agli altri, è bene che si premunisca di camminare sempre con un po’ di sale in tasca e/o un pezzetto di ferro… visto che in tanti (parenti e affini) ci fulmineranno costantemente con i loro sanguigni occhi sperando in una nostra fortuita accelerata dipartita.
Ed in ogni caso: meglio essere invidiati  per le nostre fortune che commiserati per le nostre miserie.
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scati (leggi "misc-kati") ccu gente meglia ’e tije e facc’e spise.
Frequenta persone di grado (... ceto sociale? ... preparazione culturale?) superiore al tuo anche se questo ti costerà denaro.
Proprio così, perché dai migliori di noi c’é sempre e comunque qualcosa da imparare (quando non si ha anche un ritorno economico). Cosa che regolarmente non si ottiene, se non raramente, da quanti sono uguali o inferiori al nostro ceto sociale ed alla nostra preparazione (esperienza?). Le briciole, infatti, seppur briciole cadono dai tavoli dove si mangia il pane.
Dai nostri pari o dai nostri inferiori possiamo solo ottenere invidia, derisione, disincentivazione morale e materiale. Raramente (quasi mai) da questi otterremo complimenti e similari... tranne che questi non abbiano necessità di usufruire della nostra nuova condizione sociale.
Per un senso cristiano, ma solo per questo, comunque voltati indietro (non dimenticare mai il tuo passato e la tua origine) e se puoi fare del bene, se puoi aiutare qualcuno rimasto indietro a contare i tuoi passi e a respirare la tua polvere... fallo. Fallo ma senza soffermarti molto e senza aspettarti alcun ringraziamento: perderesti tempo prezioso e rischieresti di essere risucchiato nella misera condizione che ti eri lasciato alle spalle. 
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Né vistu e né pigliatu ‘un po’ jire carceràtu.
Non visto e non sorpreso non può andare carcerato” ossia non si può essere condannati se mancano le prove.
Questo processo riporta alla memoria alcuni fatti di cronaca che in questi ultimi anni hanno tenuto su l’attenzione degli italiani. Vedasi ad esempio l’omicidio del piccolo Samuele a Cogne (dove ci si ostina, senza prove e senza certezze, a voler mandare in galera una madre accusata dell’omicidio del proprio figlio solo perché gli investigatori non sono in grado d’individuare un colpevole) o la clamorosa (di qualche anno addietro)  assoluzione del  senatore Andreotti  dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso (dieci anni di processo basati su dei “sentito dire” finiti tragicamente - per le tasche degli italiani - in un macroscopico flop giudiziario).
E… “quannu ‘a vilanza penne giustizia è morta” (“quando la bilancia pende da un lato, la giustizia è morta”), intendendo per bilancia il simbolo base della giustizia (uguale per tutti).
Per dirla breve: com’è finita la tangentopoli italiana? … sembrava che dovessero andare tutti, o quasi, in galera i parlamentari della prima repubblica. E invece? … tutti liberi e nessuno che ha restituito il maltolto: dopotutto era solo “illecito finanziamento ai partiti”, reato fino ad allora (ma il dubbio resta anche per il dopo allora… visto come vanno le cose in Italia e nel mondo) non contemplato dalla legge.
I pochi condannati o a rischio di condanna… assolti perché il reato è stato oggetto di prescrizione o perché nel frattempo è entrata in vigore una legge che di fatto ha depenalizzato lo stesso.
Tutti onesti, è il caso di dire, appassionatamente (tranne i ladri di galline… s’intende)!
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Nun c’é povertà senza difiettu.
Spesso e volentieri la povertà di una famiglia è legata ad un problema più o meno cronico presente nella famiglia stessa: un membro che si ubriaca, o si droga o è dedito al gioco. Un capofamiglia (oppor-tunamente coadiuvato dagli altri membri della famiglia) tanto stupido da non riuscire ripetutamente a capire quand’è il momento giusto per cambiare traiettoria di vita.
Sono pochi infatti i casi in cui la povertà di un determinato nucleo familiare, in una società civile, sia dovuta a fattori completamente estranei (esterni) al nucleo familiare stesso.   
Ecco perché i nostri anziani amavano dire “nun c’é povertà senza difiettu”. Dietro qualsivoglia povertà c’é una causa logica su cui si può e si deve intervenire.
A dire il vero il “difiettu” può anche essere estraneo a colpe della famiglia colpita dalla disgrazia della povertà (es.: crisi economica nazionale o malattia particolarmente onerosa), in tali casi è opportuno che per risolvere il problema intervenga la società in cui vive ed opera il nucleo familiare colpito dalla disgrazia.
Diversamente non sarebbe questa una società definibile democratica e civile.
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Nun fare bene cà è sprecatu e mancu male cà è peccatu.
Nella vita… è più giusto fare bene o fare male?
… il proverbio (detto) calabrese che vi proponiamo questo mese ci dice a chiare lettere che l’uno e l’altro sono comunque due cose sbagliate. Nel primo caso in quanto l’irriconoscenza è il minimo che ci si possa aspettare dal nostro prossimo (specie se il nostro prossimo è annoverato tra i parenti o gli amici), nel secondo perché, da buoni cristiani, non bisogna mai dimenticare che fare del male è comunque peccato.
… e chi non è cristiano (come il premio nobel, filosofo, logico e matematico gallese Bertrand Arthur William Russell), comunque non deve dimenticare che il male causato al prossimo spesso e volentieri ingenera odio e pretende vendetta.
Il proverbio (detto) calabrese “nun fare bene cà è sprecatu e mancu male cà è peccato”  dai nostri anziani viene anche proposto nella variante “fa bene e scòrdate, fa male e pènsace”.
Noi pensiamo che fare del bene sia comunque necessario ed obbligatorio (in una società civile) almeno finché il fare del bene non diventi sinonimo di fessaggine.
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Peccatu viecchiu e penitenza nova.
Peccato vecchio e penitenza nuova, ovvero i peccati (gli errori) si pagano anche se in ritardo. Un po’ come dire (se il tutto è legato all’aver fatto male a qualcuno) che la vendetta è un piatto piacevole... anche e soprattutto se servito freddo.
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Piscia chiaru e frìcati du miedicu.
Un punto di forza dei nostri avi (contadini: scarpe grosse è cervello fino) e stata certamente la saggezza raggiunta con millenni d’esperienza.
Saggezza racchiusa in tutta una serie di detti popolari: i proverbi.
Proverbi che parlano di natura, di come comportarsi civilmente con tutti, di come non fidarsi di nessuno e possibilmente anche di se stessi, di come curarsi in modo saggio e previdente (senza rischiare la propria vita – e/o il proprio portafogli - mettendola nelle mani non sempre raccomandabili di un medico) .
Quindi... piscia chiaru e frìcati du miedicu.
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Quannu chiove e mina vientu jire a caccia eni perdita de tiempu.
Malgrado questo proverbio sembra essere indirizzato solo al popolo dei cacciatori, in effetti, così per come tutta la saggezza che ci hanno lasciato in eredità i nostri avi, può essere benissimo collegato alla vita quotidiana, o quasi quotidiana, di tutti.
“Quannu chiove e mina vientu jire a caccia eni perdita de tiempu”
ovvero “quando piove e tira vento andare a caccia è perdita di tempo”.
La caccia, diciamo la verità, in effetti non è solo quella che mira all’uccisione o al semplice “pigliare” della selvaggina ma, in senso largo, può essere rivolta a tutto o a quasi tutto si cerca per un qualsiasi motivo.
La preda, oggetto della caccia, può essere ad esempio una persona dell’altro sesso (o dello stesso sesso? … su questo campo oggi ci sono diversi dubbi in materia), può essere un buon affare, può essere un posto di lavoro, può essere l’incontro con una persona che può servirci in un prossimo futuro, può essere… tutto e niente.
Qual è il miglior tempo per la caccia? … secondo i nostri avi, abili cacciatori, è quando il tempo, seppur nuvoloso e freddo, comunque non prevede presenza di pioggia ed è privo di vento.
Quando, per dirla in breve, lo spirito della nostra preda è calmo e ben disposo è più facile… farla cadere nella nostra trappola. Sarà!
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Roba de guviarnu: chine ‘un futte va allu ‘mpiarnu!
Inutile continuare a sottolinearlo: la saggezza che i nostri avi ci hanno lasciato con in eredità nei loro arguti motti (proverbi), dovuta principalmente ad una esperienza ripetuta nel tempo (un po’ come dire “nihil sub sole novi” / “niente di nuovo sotto il sole”), è veramente impressionante.
Roba de guviarnu: chine ‘un futte va allu ‘mpiarnu” ossia “chi non frega  la roba che appartiene al governo (cioè alla comunità) meriterà l’inferno”.
Un proverbio (un anatema?) questo che sembra ben conosciuto dagli italiani (parlamentari, amministratori locali, semplici cittadini)… visto quanto si legge (e soprattutto “quanto non si legge”) sui giornali locali e nazionali.
Sembra che tutti, infatti, chi più chi meno, sia intento a garantirsi un posticino in paradiso: fregando, se  c’è la possibilità di fregare, o in assenza limitandosi ad evadere (o contribuendo a far evadere) qualche briciolo di tasse.
Tu dici di non essere tra questi? … se quanto affermi è vero, vuol dire che tu non sei mai stato o non sei un parlamentare (o quanto meno un buon parlamentare), non sei mai stato o non sei un amministratore locale (o quanto meno un buon amministratore locale), che non sei un professionista (o quanto meno un buon professionista), che non sei un artigiano o un commerciante (o comunque un buon artigiano o commerciante), che non hai mai pagato le tasse perché non hai mai avuto ne’ hai niente  (e quindi dimmi che ci stai a fare nella nostra comunità), che hai sempre preteso ed ottenuto  lo scontrino fiscale  dagli esercizi pubblici, che hai sempre preteso ed ottenuto la ricevuta fiscale del tuo dentista, che…
Dopotutto in Italia ormai la morale dei nostri parlamentari e/o amministratori locali sembra si misuri in base agli avvisi di garanzia che gli stessi ricevono nel corso della loro carriera: più ne ricevono e più meritano di continuare  a ricoprire determinate cariche.
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Roba ‘n comune jettala aru jume.
… roba in comune gettala al fiume. E’ questo un altro di quei motti dei nostri padri che ha ancora ragione di esistere… basta pensare ai problemi che vivono oggi quanti abitano in un condominio dove le liti anche per una lampadina in comune sono all’ordine del giorno.
Anche se, dalle nostre parti, poi, pure la roba non in comune ma del “Comune” sembra venga regolarmente gettata al fiume!
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Si a crapa sentìa a vrigogna ‘un caminava cu ra cuda azata.
Oggi è difficile sentire vergogna di qualcosa, anche e soprattutto perché mancano esempi da seguire… manca, anche e soprattutto, quello che in altri tempi veniva definito con il termine “buon esempio”.
Tutto, infatti è corrotto (purtroppo in tanti pensano ormai che la corruzione altro non sia se non la propria libertà di fare, copiando da pessimi esempi, determinate cose): è corrotta la morale, è corrotta la religione, è corrotto il modo di agire e di pensare, è corrotto il modo di presentarsi agli altri, è corrotto il modo di confrontarsi con gli altri, è corrotta... la nostra stessa visione della vita.
Oggi siamo tutti un po’ “capre” e come tali, diciamo la verità, “nu ‘nni vrigognamu de caminare ccu ra cuda azata”, anzi, “… ni ‘nne vantamu”.
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Si Aprile ‘un fuossi ‘ntra l’annu, ‘un ce forra dannu.
Altro che “Aprile dolce dormire”, i nostri avi, sarà perché legati al lavoro nei campi, sul mese di Aprile sembra la pensassero in modo decisamente diverso e per niente benaugurante.
Si Aprile ‘un fuossi ‘ntra l’annu, ‘un ce forra dannu”… ed il motivo (la base) di tale affermazione è più che legittimo: se Aprile non fosse (non esistesse) nell’anno, non ci sarebbe danno (perché perdurano le gelate rovinando buona parte del raccolto).
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Si aru mutu cce cacci u pane, li vene ra parola.
… proverbio (o modo di dire) decisamente facile da interpretare, specie in un periodo di crisi economica e di incertezza futura come quella che stanno attraversando in questi ultimi mesi l’Italia e il popolo italiano: se al muto togli il pane, in breve questi riacquisterà la parola. Una parola ovviamente non costruita con suoni di vocali o consonanti ma con dati di fatto che non lasciano dubbi d’interpretazione.
L’indispensabile (e non s’intenda con tale affermazione solo il pane) non si nega a nessuno. Neanche a chi si è in procinto di castigare.
Questa regola (perla di saggezza) la sapevano benissimo anche gli antichi romani. Da qui la loro proverbiale affermazione “panem et circenses” (pane e divertimenti da circo).
Ed anche i nostri ancor più vicini regnanti (i Borboni di Napoli) in tale concetto non furono sicuramente da meno. Re Nasone (Ferdinando IV), ad esempio, passò alla storia anche per le sue famose “tre effe” (Festa, Farina e Forca).
La cosa strana, infatti, è che malgrado tanti stupendi, colti e intelligenti esempi amministrativi (s’intenda “gestione dei popoli”) del passato, da qualche anno a questa parte i nostri governanti di tutto si preoccupano tranne di garantire ai propri “sudditi” i bisogni primari e la seppur lontana speranza in un futuro migliore.
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Si Marzu marzija a terra fumija.
… se Marzo fa quello che deve fare, la terra fuma e quindi assicurerà al contadino ed alla Comunità i giusti frutti della terra.
Ma Marzo, si sa, è pur sempre pazzo.
Un mese decisamente strano, tanto che lo ritroviamo anche in modi di dire, nella nostra tradizione, decisamente dubbi, ad esempio: Aprile quannu chjange e quannu ride.
E poi non è universalmente riconosciuto (scientificamente assodato?) il fatto che… quattru aprilanti juorni quaranta?
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Si Marzu si ‘ncugna ti fa cadìre l’ugna.
Che Marzo è un mese anomalo (come tutti i mesi, a dire la verità, da un po’ di tempo a questa parte) lo sapevano bene i nostri nonni. Dopotutto, ci si consenta una battutaccia, è pur sempre il mese in cui viene celebrata la... Giornata della Donna.
Celebre è infatti il proverbio “Marzo pazzerello esce il sole e prendi l’ombrello”.
Anche nella tradizione popolare calabrese, tipicamente legata alla terra, il mese di Marzo non viene risparmiato con motti tutt’altro che benevoli. Tra questi non possiamo non ricordare il classico “Si Marzu si ‘ncugna ti fa cadìre l’ugna” ovvero “Se Marzo si inquieta, ti fa cadere le unghie (presumibilmente per il freddo)”.
Quindi? … non sottovalutiamo il mese di Marzo (anche quando siamo sicuri che è ormai alla fine e non ci rivelerà più alcuna sorpresa): chi tira i fili di questo tremendo mese è sempre in agguato.
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Si ‘u ‘mpriestu era buonu ognunu ‘mprestàva puru a muglièra.
Se prestare giovasse, ciascuno presterebbe anche la moglie.
Il prestito, è più che risaputo, ha sempre creato grossi problemi sia a chi lo ha concesso che a chi lo ha ottenuto, spesso rompendo decennali amicizie. Alcune volte perché per motivi contingenti il debitore non ha potuto far fronte alla restituzione, altre perché l’una o l’altra parte in causa ha cercato di fare la furba (e di furbi, su tale fronte, ce ne sono sparsi anche nella nostra comunità).
Tale proverbio lo troviamo anche nelle versioni “scuppetta e mugliera ‘un si ‘mprestanu mai” (“fucile e moglie non si prestano mai”), “amaru chi ha de dari e chi ha de avìri” (“guai sia per chi ha da dare e per chi deve avere”), “sordi ‘mprestati, nimici accattàti” (“denaro prestato nemico comprato”), “cunti allu spissu, amicizia alla longa” (“conti corti, amicizia lunga”).
Eppure oggi, dimentichi della saggezza degli antichi, sono in tanti a gettarsi nell’assurdo meccanismo del mercato creditizio (sia questo tra singole persone che tra persone e soggetti giuridici)... e persino i perfetti U.S.A. (vedasi il caso dei mutui subprime) oggi ne stanno pagando le conseguenze.
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Spagnati da fimmina ccu ra varva e de l’uominu senza varva.
Non raramente oggi sentiamo dire “donna barbuta sempre piaciuta”, sembra però che i saggi nostri avi la pensassero in modo diverso.
Proprio così, secondo i nostri avi, infatti, partendo dal presupposto che c’è comunque da diffidare da ciò che non rispetta le regole… come non diffidare di due soggetti che contravvengono persino alle regole della natura?
Spagnati da fimmina ccu ra varva e de l’uominu senza varva”, l’una e l’altro, infatti, sembra, nella diceria popolare, ne sappiano una più del diavolo.
Dopotutto se sono riusciti ad imbrogliare la natura per loro non sarà certamente un grosso problema riuscire ad imbrogliare il proprio simile.
Ma a noi, saputelli del terso millennio, … chi ci dice che la donna con la barba sia veramente una donna e l’uomo senza barba sia veramente un uomo... o viceversa?
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Speràgna ’a tina quannu è chjina, quannu vidi lu timpàgnu ’un ti serve lu sparàgnu.
Il risparmio di oggi, l'uso appropriato delle risorse a disposizione, può garantirci un decoroso futuro. esattamente il contrario di quanto hanno fatto negli ultimi decenni i nostri economisti e i nostri amministratori pubblici nazionali e locali.
Negli anni passati, infatti, sicuri che la ricchezza comune era un pozzo senza fondo, si è pensato a spendere ed a spandere senza pensare al futuro. Oggi, purtroppo, quel futuro è arrivato… purtroppo nel momento stesso in cui i nostri occhi hanno visto “lu timpàgnu”, il fondo della botte.
Speràgna ‘a tina quannu è chjina, quannu vidi lu timpagnu ‘un ti serve lu sparàgnu” infatti significa “risparmia la botte quando è piena, quando ne vedi il fondo non serve più risparmiare”.
Il guaio maggiore, comunque, per quanto riguarda il discorso della pubblica amministrazione (locale e nazionale) è che sembra che malgrado da tempo si veda “lu timpàgnu” ancora nessuno si decide a porre un freno coscienzioso a bloccare il processo di sperpero delle ricchezze pubbliche.
Chissà, forse il Pantalone di goldoniana memoria (la maschera che alla entrava in scena solo alla fine pagando i debiti di tutti, ossia il popolo cieco e fesso) ancora qualcosa nelle sue tasche ce l’ha… anche se non si capisce bene quanto e per quanto.
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U cacatu gnur’aru pisciatu.
Tra i tanti modi di dire  che ritroviamo nel nostro dialetto un posto di riguardo sicuramente se lo merita il classico “u cacatu gnur’a ru pisciatu” (ossia “chi è sporco di merda ingiura chi è sporco di piscio)… ovviamente con tutte le sue varianti sul tema. Una delle varianti sul tema, infatti, è sicuramente “u vue chiama curnutu a ru ciucciu” (ovvero “il bue chiama cornuto l’asino”).
Un concetto, il surriportato, che troviamo spesso e volentieri anche in tanti altri dialetti delle altre regioni italiane nonché nella stessa lingua nazionale.
Persino Cristo, in un suo noto intervento riportato dall’evangelista Luca (capitolo sesto), non può fare a meno di dire ai suoi interlocutori “Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello”.
Prima di parlare degli altri, sarebbe giusto guardarci in uno specchio.
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