Carminuzzu e l'uarsu - San Fili by Pietro Perri

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Carminuzzu e l'uarsu

I racconti del focolare
di Mario Oliva e Pietro Perri (inedito)
 
* * *
 
La mitica lotta tra l'uarsu ammaestratu e Carminuzz'e Voe.
 
 
"Tere', ca mo ti fazzu ride!", riesco a vedere la scena di mio nonno Francesco quando la sera, rientrato a casa e preso posto a tavola, raccontava alla nonna quel che era successo nella giornata.
 
Il fatto era un classico di quei tempi, tempi in cui la TV era ben lungi dall'essere concepita, ed il cinema iniziava a muovere i suoi primi maldestri passi. Tempi in cui pochi eletti in città potevano permettersi una serata a teatro e gli spettacoli per la gente di strada erano legati a girovaghi che s'inventavano mille ed uno espedienti per sbarcare il lunario.
 
Correva l'anno 1899... o forse era il 1901? ... un anno, in ogni modo, non si sa dove, comunque correva!
 
Cantastorie, funamboli, fenomeni da baraccone che non avevano trovato posto in qualche circo o che dallo stesso erano stati scacciati per chissà qual motivo. Girovaghi di professione e forse anche per vocazione, spesso da soli, spesso accompagnati da qualche strano animale ammaestrato.
 
Il fondo stradale del corso principale di San Fili (nato unico per restare unico nei secoli dei secoli) quando non era di semplici ciottoli, presentava un selciato in pietra di fiume (ancora visibile in alcuni punti che di tanto in tanto, grazie all'inefficienza dei nostri amministratori, fanno l'occhiolino dall'infernale catrame che ricopre il tutto... anche le nostre coscienze).
 
Qualche carrozza, qualche calesse, la confusione tipica dei giorni festivi o dei giorni di mercato che caratterizzano i nostri paesini.
 
Piazza Municipio ("mmianzu u Puantu"): era difficile scorgere, per chi stava dietro, cosa accadesse all'interno del nutrito cerchio di persone che facevano stranamente ruota intorno a qualcosa o a qualcuno. Doveva però essere interessante, tanto interessante se aveva richiamato una tale attenzione.
 
"E' n'uarsu... cchi bestia!!!", "... ma quantu po' pisa'? ... tu dici ch'è forte?", "... forse ti spacca puru u tufu de na porta!".
 
Il girovago nel frattempo faceva fare al suo animale tutta una serie di esercizi che riempivano di meraviglia i presenti. "Piegati! ... alza un piede! ... fai un salto! ... fanne un altro! ... balla! ... inchinati al pubblico", comandi prontamente eseguiti dal docile, seppur spaventoso, animale.
 
Un gigante d'animale che faceva e avrebbe fatto paura a tutti, tranne che ad alcuni sanfilesi dell'epoca, semplici cittadini o campioni della comunità che fossero... e di campioni a San Fili ce n'erano veramente tanti.
 
"A questo punto, signore e signori...", breve pausa (anche ciò faceva parte dello spettacolo), "... a chiunque riuscirà a far cadere per terra l'animale con la sola forza delle proprie braccia, darò in premio il corrispettivo di dieci giornate di lavoro. Provate, signori, misurate la vostra forza con la forza di questo colosso della natura!".
 
L'orso aveva attorno al collo un collare collegato ad una catena il cui capo libero era tenuto in mano dal padrone, nell'altra mano, sempre pronto ad intervenire, un frustino nei confronti del quale l'orso mostrava d'avere una certa soggezione.
 
Aspetta qualche istante e poi riprende: "Signori! ... è possibile che in questo paese non ci sia nessuno che abbia il coraggio d'affrontare l'orso? ... eppure non mi sembra che stiate così male in carne? ... forse la posta è troppo bassa o pur avendo tanti muscoli intorno alle ossa vi manca un po' di fegato nella cassa toracica?".
 
L'offesa era partita, i sanfilesi si guardarono l'un l'altro in mezzo agli occhi e tutti insieme rivolsero contemporaneamente e con lo stesso pensiero lo sguardo verso Carmine Cesario (alias Carminuzzu 'e Voe), uomo che, quasi al pari dell'animale, data la prestanza fisica e la nota massa muscolare poteva benissimo accettare la sfida senza in ogni modo sfigurare lui o far sfigurare il paese.
 
"Carminu', tu ci 'a po' fare!", "Carminu', dai da'... ca sinno' un si cchiu' tu!", "Carminu' un ce pensare supra, ca pue l'uarsu è pur sempre na povera bestia!".
 
Fatto sta che Carminuzzu 'e Voe accetterà (forse nutrendo qualche dubbio sulla riuscita dell'impresa o forse arcisicuro di se stesso) l'invito dei propri compaesani... eppoi, il corrispettivo di dieci giornate di lavoro erano comunque un bel gruzzoletto.
 
... è vero che un orso è pur sempre un orso, ma quelle mani callose finora ne avevano fatte cento e una riuscendo persino a sradicare alberi o a spostare macigni senza grossi sforzi.
 
"... e vabbuanu, alluntanativi tutti: acciattu! ... ca uaminu o bestia chi fuassi, ancora adde nasce chine jietta 'nterra a Carminuzzu Cesariu!".
 
In ogni caso, di come andò a finire la lotta tra Carminuzzu 'e Voe e "l'uarsu ammaestratu", non abbiatecela a male, ve lo racconterò sul prossimo numero.
 
"Gianni', fuje ara Cozzajoria e v'avverte a Franciscu, u chenatu 'e Carminuzzu, e diceccelu ca Carminuzzu sta lottannu ccu n'uarsu... diceccelu c'a 'dde veni' subitu 'cca!", disse uno spettarore della mitica lotta ad un bambino che gli stava affianco.
 
E il bambino, veloce come il vento, s'avvio verso Cozzo di Jorio a fare quel che gli era stato ordinato.
 
Nel frattempo in piazza Municipio ("Mmianz'u Puantu") il girovago aveva già posizionato adeguatamente i protagonisti della storica giornata: l'uarsu ammaestratu e Carminuzzu 'e Voe.
 
Le zampe anteriori dell'orso poggiavano salde sulle spalle di Carminuzzu così come salde aderivano le grosse mani di Carminuzzu al di sotto delle braccia dell'animale. Carminuzzu già si vedeva consegnare il premio pattuito se fosse riuscito a far cadere a terrala bestia: il corrispettivo di dieci giornate di lavoro.
 
"Forza Carminuzzu!", "Dai Carminu', facce vide chine si'!". La lotta ebbe inizio, dietro il via del girovago e nel fragore dell'incitamento generale.
 
Carminuzzu iniziava a diventare rosso, cercando invano di far cadere l'orso a terra... eppure l'impresa non sembrava per niente difficile... Dio, com'era forte quell'animale!
 
Carminuzzu pur strapazzato resisteva eroicamente.
 
... e la lotta continuo' finché l'orso, stanco di quello stupido gioco (o forse a qualche strano cenno fatto dal padrone) non decise di porre fine al tutto premendo ulteriormente con le zampe sulle spalle di Carminuzzu 'e Voe che cadde ginocchioni a terra.
 
... e via giù fischi ai danni del malcapitato, nel momento in cui il girovago non decreto' finita la lotta con l'indiscutibile vittoria dell'orso ammaestrato.
 
Carminuzzu s'alzo e, pieno di vergogna (lui che era il più forte della comunità, vinto in così banale modo e per giunta d'un animale) se la dette a gambe verso casa. Giunto nei pressi della chiesetta del Carmine, s'imbatte nel cognato Francesco (accaldato per la corsa): "Carminu', che successu? ... cum'è finità a lotta?".
 
"U'mmi dire nente, Franci'", disse Carminuzzu, "...ca ma fattu fare veramente na brutta figura: ma misu e vranche supra e spaddre e si nun c'era a sialica mmianzu a strada mi 'mbizzava 'nterra cumu nu chiantaturu!".
 
"... ha vintu l'uarsu? ... un ti preoccupa ca mo' vaju iu e ti viandicu! ... un ti preoccupa', ca mo' vaju io e u fazzu piazzi piazzi!", rispose il cognato convinto di se' e della propria superiorità.
 
"Ferma cca, Franci', addruve va'!", chiuse il discorso Carminuzzu indicando un lato del palazzo Gentile attaccato alla chiesetta, "Franci': minteti a su spiculu de muru, appoggiaticce cu na spaddra e ammutta! ... si si move u palazzu vacce puru cu mini all'uarsu! ... sinno' nun ce jire, ca piardi tiampu e fa figur'e fissa!".
 
Detto ciò, Franciscu e Carminuzzu se ne ritornarono buoni buoni a casa, mentre il girovago, contento del gradimento ottenuto dallo spettacolo offerto ai Sanfilesi, s'apprestava a passare il cappello per raccogliere qualche obolo tra i presenti.
 
Dovere di cronaca: il fatterello è stato in parte (e doverosamente) romanzato. Vere, nella memoria storica, sono le figure di Carminuzzu 'e Voe, dell'orso ammaestrato e del girovago così come veri sono (sempre nei limiti della memoria popolare) i luoghi, il fatto e le frasi riportare. In parte inventata è la figura del bambino e di Franciscu (il cognato di Carminuzzu) in quanto nella storiella si parla di un qualcuno (e non espressamente di un bambino) che va a chiamare un signore (parente o semplice amico) di Carminuzzu (e non di un cognato). Carminuzzu, c'è da dire inoltre, di professione faceva "u piacuraru curatulu" (dove "curatulu" sta per "colui che cura e confeziona i latticini nelle cascine").
 
In ogni modo era uno di quei fatterelli che veramente si raccontavano intorno al focolare tra i nostri avi a San Fili... ed io ringrazio vivamente Mario Oliva che me l'ha raccontato e mi ha permesso, quindi, di riportarlo e porlo alla vostra gentile attenzione.
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